La vita in dialisi non è sicuramente una passeggiata, lasciate che ve lo dica qualcuno che si sta avviando verso il suo undicesimo anno in questo mondo, un mondo fatto di sete, rinunce e fatica, dove la parola d’ordine è “organizzazione“, anche per le cose più semplici e banali, come mangiare fuori e organizzare una vacanza, ma come tutte le cose, se vissuta nel modo corretto, può diventare una routine sopportabile.
A renderla tale c’è sicuramente l’ambiente e parte fondamentale sono le infermiere (e l’infermiere, solo uno, ma fondamentale), la caposala e le oss, che a Saronno offrono molto di più che la loro professionalità, sanno dare calore e comprensione, facendoti sentire molto meno il peso della situazione. Poi c’è il legame tra noi dializzati, legame che col tempo ti fa sentire una vera e propria famiglia.
La caposala responsabile di reparto
Se non si vive questo “mondo” difficilmente si capiscono le difficoltà e le rinunce che le persone dializzate subiscono loro malgrado. Le rinunce sono quotidiane e protratte nel tempo, la vita e le abitudini vengono stravolte e tutto si rimodula in funzione delle sedute dialitiche, entrare in questo mondo significa farsi sopraffare dallo sconforto dal senso di impotenza e di non padronanza della propria vita e del proprio tempo. Ci vuole tanto tempo per raggiungere il proprio equilibrio e quello dei familiari.
Davide ex paziente nefrotrapiantato
“A volte ritornano”, sì ma questa volta non è un serie di King e non sono trasposizioni cinematografiche; anche gli ex pazienti tornano in quel posto che per anni è stato un compagno di amore e odio.
Molti mi chiedono come io faccia a tornare in quei posti nei quali ho sofferto, dove ho perso tempo prezioso della mia vita, in quei posti che mi creavano una certa insofferenza, ebbene quei posti sono gli stessi che mi hanno protetto, curato e a volte anche cullato in attesa di una nuova vita.
Ho trovato degli amici, una famiglia, certo non di sangue, ma una famiglia che parlava la mia stessa lingua, che capiva il mio disagio, che condivideva i miei stati d’animo e che si curava di me, una famiglia composta da altri pazienti, infermieri, Oss e medici.
Quando devo rispondere a quella domanda dico sempre che le amicizie le si vanno a trovare e che i posti fisici brutti (ancora oggi) sono parte del mio trascorso, mi sembra quindi normale andarci.